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Arte e rivoluzione

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Intervista a OMAR ROBERT HAMILTON (MOSIREEN COLLECTIVE) - di SARA MARCHESI e DUCCIO SCOTINI

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"Abbiamo fiducia l'uno nella forza dell'altro. O l'abbiamo avuta. Ed eravamo forti, invincibili, una volta. Ora, più che mai, dobbiamo trovare quella forza, quella fiducia. Se avete mai colto la speranza in questa rivoluzione, se avete mai offerto una sigaretta a qualcuno durante una marcia, se siete mai tornati a casa con le idee che bruciavano più ardentemente del gas lacrimogeno nei vostri polmoni, allora è giunto il momento di ritrovare la fiducia. Non chiedetemi che cosa verrà dopo, perché onestamente non lo so. Non chiedetemi come trasformare il potere della strada in politica, perché vorrei davvero - più di ogni altra cosa - essere in grado di dirvelo. Queste due elementi, per loro natura, esistono in differenti universi.

Quello che so è che, in questo momento, la strada è tutto quello che abbiamo. E che se la strada è forte, la polizia non lo è". (O.R. Hamilton)

AL MAXXI di Roma, mercoledì 29 ottobre, Omar Robert Hamilton, filmmaker, scrittore e attivista, tra i fondatori del collettivo egiziano Mosireen, è intervenuto su invito di Marco Scotini (curatore di Disobedience Archive) sul rapporto politico tra nuovi media e pratiche di lotta. Il collettivo Mosireen, che nasce nel febbraio 2011 all’indomani della caduta del governo del presidente Hosni Mubarak, non ha circoscritto la sua attività ai 18 giorni dell’occupazione di Piazza Tarhir, néquesta è rimasta confinata nella sola produzione di immagini della rivoluzione da diffondere in rete e attraverso i media internazionali. Al contrario, questo collettivo ha da un lato preso parte attiva all’organizzazione delle rivolte a partire dalla destituzione di Mubarak fino al regime attuale di Sisi, dall’altro ha messo in campo una serie di processi che eccedono la sola sfera della contro-informazione e del documentario, restituendo alle immagini un loro proprio valore d’uso nei territori stessi della resistenza. Diversi membri del collettivo si sono mossi a partire da quella pratica che in area anglosassone viene definita “citizen journalism”, sviluppatasi dall’ambivalente decentralizzazione delle fonti d’informazione nel momento in cui “ogni cellulare adesso ha il potere di sfidare e di produrre narrative”.

La loro urgenza è stata dunque quella di supportare e organizzare questa produzione dal basso durante i vari momenti della rivolta, ponendo così le condizioni per l’autorappresentazione e per la costruzione di una narrazione collettiva della rivoluzione in atto, nel momento stesso in cui si combatteva la repressione della polizia e dei militari e il bisogno urgente era quello che sempre più gente abbandonasse la propria casa per scendere nelle strade.

“Le immagini che cercano la vostra pietà perpetuano soltanto il ciclo industriale della morbosa curiosità mediatica. [...] Noi non chiediamo la vostra carità, non cerchiamo né le vostre preghiere, né la vostre opinioni né le vostre parole, ma i vostri corpi. Non chiediamo il vostro martirio, ma i vostri corpi nelle strade delle vostre città, le vostre idee e la vostra energia, la vostra resistenza”.  

È a partire da questo specifico posizionamento politico che prende il via l’intervista.

Ci sembra che durante la rivolta, come Mosireen, abbiate messo in campo diverse pratiche (ripresa in tempo reale della rivoluzione in corso, pubblicazione e messa in rete di video che mettevano in discussione e sfidavano le narrative dei media statali, messa a disposizione di formazione, supporto e strumentazione tecnici, organizzazione di screening e di eventi, raccolta di un ampio archivio di immagini della rivolta), tutte volte alla costruzione di una piattaforma di produzione-condivisione-diffusione di immagini e narrazioni, che fiancheggiassero e supportassero i media autonomi nel momento in cui il governo, oltre a praticare un’attività di censura, imponeva la sua propria realtà. Da una parte un intervento su scala globale, attraverso l’upload di immagini e filmati in rete, dall’altra la loro diffusione e territorializzazione nei luoghi stessi della lotta attraverso Tahrir Cinema. Che rapporto e che differenze avete riscontrato tra questi due piani d’azione? Potremmo forse dire che lo spazio della rete non è da solo uno spazio sufficiente per l’organizzazione della produzione di immagini dal basso?

In generale, abbiamo sempre considerato Internet uno spazio che deve essere utilizzato per sostenere e mobilitare il mondo reale e fisico. Ciò che esiste on-line e le informazioni che circolano attraverso i network non rappresentano di per se stessi un fine. In sostanza, il nostro obiettivo era quello di creare movimento tra le persone, per spingerle ad agire, a pensare, a credere e - speravamo - di cambiare la loro realtà, e in questo senso Internet ha sempre e solo rappresentato uno strumento funzionale al tentativo di avvicinarsi alle persone, di costruire uno spazio per la circolazione di idee, di dire cose che non potevano essere dette in altri spazi. E c'è anche una chiara correlazione tra la nostra necessità di fare affidamento sul web e quanto sia dominante e potente lo stato. Quanto più potente è lo stato, tanto più risulta difficile organizzare eventi nello spazio pubblico, o comunicare attraverso i media tradizionali. In questo momento, per esempio, tutto ciò è praticamente impossibile in quanto lo stato è più forte oggi di quanto non lo sia stato per molti anni. E così ora gran parte del lavoro si riduce allo spazio del web, anche se l'obiettivo finale è sempre quello di collocare questi elementi nei luoghi reali della lotta. Ma per come stanno ora le cose stiamo parlando di un lungo, lungo processo.

Solitamente i media ci offrono delle immagini che ci proiettano, in qualità di pubblico, sempre in un altrove, negando così il rapporto con la dimensione della vita quotidiana. Attraverso Tahrir Cinema avete mostrato alla gente immagini di un’esperienza diretta e condivisa, creando le condizioni per essere non un spettatore passivo ma parte di una narrazione in costruzione. Quali sono stati i criteri di selezione e montaggio dei materiali proiettati, sia che si trattasse di immagini riguardanti gli scontri e le violenze della polizia e dei militari che di rassegne cinematografiche? Come avete scelto i luoghi in cui questi venivano proiettati?

Abbiamo soprattutto cercato di mostrare film e video che erano stati censurati dalla televisione, che si rivolgessero ad un pubblico egiziano e che fossero in qualche modo in linea con le idee diffuse dalla rivoluzione nel 2011. Abbiamo avuto un gruppo di vari curatori, abbiamo ospitato filmmakers che hanno presentato i loro lavori, abbiamo inoltre accolto richieste da parte del pubblico. Ogni sera l'evento assumeva forme un po' diverse, ma rimaneva l' obiettivo politico di mostrare alla gente immagini che formassero, rafforzassero e sostenessero la loro volontà politica - che essi stavano già mettendo in atto con la presenza in primo luogo in piazza Tahrir.

Nelle cosiddette democrazie occidentali pare che l’unico campo di politicizzazione possibile per l’Egitto sia stato quello dei social network. A partire da questi si è significato quel fenomeno chiamato “primavere arabe”. La vostra esperienza come Mosireen ci appare in questo senso paradigmatica. Quali sono le differenze sostanziali e lo scarto tra l’immagine prodotta nel tempo di lotta al Cairo e quella rielaborata e diffusa in “tempo reale” dai media internazionali con il nome di “primavere arabe”?

Dunque, i media si sono dimostrati molto male informati. In primo luogo, la loro narrativa basata sullo shock e la sorpresa per il fatto che esistessero degli egiziani giovani e laici dotati di intelligenza e capacità di iniziativa è risultata incredibilmente noiosa. Il fatto che i grandi media non abbiano realmente considerato che per dieci anni non hanno fatto altro che diffondere senza pensarci stereotipi e che non abbiano riconosciuto il loro ruolo nella marginalizzazione di un intero popolo - non è stato sorprendente, ma una vera bassezza. E oltre a questo, i media si caratterizzano sempre per la tendenza all'isteria e al sentenzialismo. Quindi davvero, quando ciò che si ricerca è un'analisi razionale, ci si trova costantemente ad avere a che fare con una sorta di isteria. È molto frustrante ed è veramente degno di nota che non vi sia stata alcuna evoluzione su questo fronte. Ci sono alcuni giornalisti decenti, ma nel complesso la copertura mediatica si è sempre dimostrata inutile.

La piazza è stata il campo di visibilità che l’insurrezione e il movimento si sono presi, nonché il fulcro della vostra attività. L’immagine della piazza è stata quella che più di ogni altra ha sintetizzato la rivolta egiziana. Dopo la fine dell’occupazione avete cercato di operare su altri spazi, ai margini, fuori e lontani dalla piazza? In altre parole avete tentato di rendere visibili altri spazi di politicizzazione emergenti nell’Egitto contemporaneo?

Sì, naturalmente. La piazza ha rappresentato un simbolo potente, ma è anche diventato rapidamente problematico. Il cambiamento politico non avviene semplicemente attraverso la presa e la difesa dello spazio pubblico e proprio questo si è trasformato in un problema tattico tra il 2011 e il 2013, per il fatto che la forza di Tahrir come simbolo ha portato la gente a tornarci anche molto tempo dopo che la sua potenza si era esaurita. Quindi, sì, come Mosireen abbiamo lavorato per diffondere gli eventi in altre città; per realizzare video su questioni di giustizia sociale, economia, diritto alla casa; per cercare di archiviare la memoria collettiva della rivoluzione al di fuori di Tahrir. Quindi, assolutamente, nel nostro momento di massima attività questo è stato un aspetto fondamentale su cui ci siamo concentrati: in che modo la rivoluzione era viva e si combatteva in spazi al di fuori di Tahrir.

Come collettivo ci sembra che vi siate organizzati più come una piattaforma operativa che come un “gruppo politico” tradizionale. In questo senso vi siete rapportati e avete condiviso filmati prodotti da una pluralità di soggetti e gruppi. Come vi siete organizzati e come avete cambiato la vostra progettualità rispetto all’evoluzione della rivoluzione e alla svolta repressiva, prima con i militari, poi con Morsi e i Fratelli Musulmani e poi ancora con il ritorno dell’esercito?

Proprio adesso questa è una questione fondamentale. Ora il Collettivo è in una sorta di pausa, dato che noi tutti stiamo cercando di capire come (e se) possiamo continuare ad essere rilevanti e ci stiamo adattando alla realtà del regime di Sisi. Noi non siamo mai stati un’organizzazione politica tradizionale, abbiamo lavorato per lo più come volontari, sempre senza una gerarchia. Abbiamo reagito agli eventi nel modo migliore in cui potevamo e abbiamo affrontato alcune cose molto meglio di altre. Abbiamo preso le nostre energie e le nostre motivazioni dagli eventi che ci circondavano e spero che, a nostra volta, abbiamo dato energia alla lotta. Ma ora le cose sono molto difficili e stiamo tentando di capire come continuare ad essere influenti.

Durante la vostra esperienza siete venuti in contatto con collettivi al di fuori dell’Egitto che si confrontassero con pratiche simili alle vostre?

Si, siamo venuti in contatto con molti collettivi. Alcuni tra gli attivisti che sono passati per l’Egitto, ci sono venuti a trovare, abbiamo discusso e hanno presentato pubblicamente il loro lavoro. Abbiamo incontrato persone provenienti dalla Palestina, dal Messico, dall’Iran, dall’Inghilterra, dagli Stati Uniti e dalla Grecia, solo per citarne alcune. Per ora non abbiamo prodotto nessun lavoro insieme, ma molti dei nostri filmati della rivoluzione hanno trovato posto nei progetti di altri filmmaker e collettivi. Mai come ora che per noi la situazione si è volta al peggio, abbiamo bisogno di confrontarci con altri gruppi. Per scoprire che cosa hanno fatto nel momento in cui credevano che le cose avessero toccato il fondo.

La vostra pratica visiva eccede i confini del documentario e della contro-informazione. Si situa in un territorio di intersezione tra la militanza, l’arte e il filmmaking. Perché oggi é importante confrontarsi con queste forme d’azione? Secondo la vostra esperienza che ruolo gioca l’arte all’interno dei processi di lotta e in che modo si colloca la figura dell’artista?

Di solito chiamiamo quello che facciamo agit-prop. Direi che nella maggior parte dei lavori che abbiamo realizzato l’artista non è per niente presente. La nostra linea è molto chiara, agiamo come intermediari tra il soggetto e il suo pubblico, ci piacerebbe filmare con le famiglie dei martiri, con le persone che sono state ferite, con i medici o con i lavoratori – e cercare veramente di rimuovere noi stessi da questa equazione. In altri film c’è un pò più di “tecnica”, che potremmo anche chiamare manipolazione. Ci sono film che cercano di far presa sulle emozioni utilizzando la musica, la poesia o delle strategie di montaggio. Da filmmaker, è ovviamente divertente costruire questo genere di film, ma non lo puoi sempre fare. In parte per un problema di tempo all’apice della rivoluzione, abbiamo fatto uscire dozzine di film in un mese. Inoltre il soggetto non sempre lo permette. Se stai filmando una protesta o in casa di qualcuno e la cosa più importante è ciò che la gente ha da dire, come filmmaker non hai il diritto di intrommetterti e cercare di rendere il film più attraente. Puoi montarlo per renderlo più comprensibile, ma niente più di questo.

Dunque l’arte alla fine ha un ruolo, ma deve essere al servizio del soggetto, deve essergli appropriata e - se il soggetto non è rappresentato e oppresso – dovrebbe essere rispettosa.

 

Link:

Mosireen Collective: http://mosireen.org/

http://www.youtube.com/user/Mosireen/featured

The Maspero Massacre: https://www.youtube.com/watch?v=00t-0NEwc3E

The Crimes of Mohamed Ibrahim, the Minister of the Interior: https://www.youtube.com/watch?v=L72HdNNRF9Q

Prayer of Fear: http://vimeo.com/75644792

The Camel Battle: http://www.youtube.com/watch?v=7F3hbTrw9EU

Martyrs of the Egyptian Revolution: http://www.youtube.com/watch?v=47IPxAnDdtg